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Con quali occhi sfidiamo la vita? Quale lente usiamo per osservare e affrontare ciò che ci circonda? Indossiamo gli occhiali tecnico scientifici oppure quelli emozionali? O preferiamo optare per quelli narrativi?

Ognuno di noi farà la sua scelta, ma ognuno di noi si chiederà cosa si cela davvero dietro il libro di Marco Marrocco “Vincent sul divano. Si può sopravvivere all’arte?”. Perché verrà spontaneo affezionarsi alla curiosità innaffiata, potata, mutilata (e alla fine soddisfatta) che permea queste righe che ci bruciano tra le mani.

Sicuramente “l’arte” ci appartiene, è accanto a noi e dentro di noi, si accoccola nelle pieghe della nostra mente per irradiarsi e scaldarsi di impulsi luminosi, immagini, vibrazioni sensoriali. L’arte è un’arma emotivamente letale in grado di arruffare gli addendi per portare a un diverso risultato. L’arte è un pretesto per dare la libera uscita a quei pensieri galeotti che delinquono dentro al cuore.

E quel divano? Qual è il suo ruolo? Tutti noi nel nostro immaginario lo coltiviamo come la sede delle confidenze, delle chiacchiere, dei segreti rivelati e a volte solo immaginati. E se su quel “divano” trovasse conforto, affetto e futuro un artista di fama mondiale? Potrebbe la sua presenza essere d’aiuto nella ricostruzione di un io affranto e in cerca di una nuova rotta?

Vincent Van Gogh oggi è particolarmente gettonato, ma queste pagine fanno la differenza perché scostano il sipario per puntare i riflettori sull’uomo Vincent Van Gogh e rovesciarne così il lato nascosto. Del resto l’arte è umana e l’essere umano riversa nell’arte i suoi turbamenti, la sua pancia, i suoi travagli. C’è chi lo fa con un pennello, creando con i “colori” un’intima proiezione della realtà e chi lo fa con gli “occhi”, guardando quei colori con la zavorra del bagaglio emozionale e con una razionalità abituata a essere comandata. Qui si va oltre la potenza delle opere, si gratta con l’unghia la patina di celebrità per scoprire il peso dell’umanità. E Marco lo fa con un linguaggio schietto, colloquiale, evocativo, sofferente, in grado di squarciare la pagina, di farla sanguinare, di renderla viva sotto il tratto impercettibile della nostra matita. Le singole lettere vengono animate da un ritmo incalzante, preda di convulsioni emotive in un vortice turbolento di parole e di sensazioni. Non è così del resto che ci sentiamo quando attraversiamo un cammino spinoso o ci soffermiamo davanti a un quadro che stimola quel ricordo che punge il fianco dell’anima?

Nessuna azione è mai semplicemente un’azione perché intorno a essa danza un corollario emozionale che addobbiamo con il nostro vissuto e che diventa seme per ciò che ci appassiona e ci appassionerà.

Ed ecco il legame profondo fra la vita e l’arte, due mondi non riducibili a formule chimiche, due mondi costruiti da un susseguirsi di respiri più o meno profondi solo in apparenza simili, essendo – in realtà – portatori di significati differenti. Ben lontano dal primo, appare infatti l’ultimo respiro, esalato per volontario atto umano e destinato a recidere qualsivoglia vincolo tanto con la vita quanto con l’arte.

Tra queste righe non c’è spazio per un’alienazione mentale cucita su una pelle oramai inanimata, qui trova spazio un affetto mordente quasi assolutorio nei confronti di Van Gogh, incarnazione dell’amore doloroso distaccato su una tela per essere compreso e accettato.

Avanzando nella lettura, vediamo il titolo compiersi e riempirsi di significato. Sentiamo quasi le folate di anima di Vincent, il ticchettio accelerato del petto dell’autore, il pulsare delle vene che reclama vita color rubino, mentre il resto assume sfumature pallide, in un arrivederci oramai suggellato.

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What category of eyes do we use to defy the life? What lens do we use to observe and face the world? Do we put scientific eyeglasses or emotional eyeglasses or narrative eyeglasses?

Everyone will choose and everyone will ask what really there is behind Marco Marrocco’s book “Vincent sul divano. Si può sopravvivere all’arte?” (Vincent on the couch. Is it possible to survive the art?). Because we will become attached to the weakened, trimmed, injured and finally satisfied curiosity which dominates these lines that burn between our hands.

The art (“l’arte”) belongs to us, it is near us and inside us, it cuddles up between the mental creases to radiate and warms up with bright impulses, images, sensory vibes. The art is a lethal weapon emotionally and it is able to tousle the addends to give a different result. The art is an excuse to give off duty to those thoughts which offend inside the heart.

And what is it the role of that couch? In our unconscious we cultivate it like the place of the confidences, the small talks, the disclosed and sometimes visualized secrets. And if a world famous artist found comfort, affection and future on that couch (“divano”), would he be able to help the rebuilding of a broken self that seeks new route?

Today Vincent Van Gogh is very popular, but these pages are different because they move the curtain to focus on Vincent Van Gogh man, upsetting his hidden side. After all the art is human and the human being showers on the art his turmoil, his instinct feelings, his distresses. Someone does it with a brush, creating with the colours (“colori”) an intimate view of the reality, someone uses his eyes (“occhi”), watching those colours with the dead weight of own emotional luggage and with a controlled rationality. Here we go beyond the power of the works, we scratch with the nail the celebrity patina to discover the humanity weight. And Marco does it with a frank, colloquial, evoking, suffering language which lacerates, draws blood and makes living the page under the slight stroke of our pencil. An insistent rhythm in the grip of an emotional convulsions in a stormy vortex of words and sensations animates every letter. Isn’t it the feeling that we experience when we life a thorny moment or we watch a painting which stimulates that memory which stings the soul side?

Every action is not only an action because an emotional corollary dances around it, an emotional corollary which we adorn with our past and which become seed for our present and future passions.

And just the deep bond between the life and the art, two worlds that aren’t friends with chemical formulas, two worlds built by a sequence of apparent similar breaths, more or less deep, which are messengers of various meanings. The first breath is distant from the last breath emanated for human voluntary act and destined to sever every tie both with the life and with the art.

Between these lines there isn’t a place for a mental alienation on an inanimate skin, here there is a place for a piercing and liberating fondness towards Van Gogh, who personifies the painful love separated on a painting to be understood and accepted.

Reading, the title fills with the sense. We almost feel the soul gusts of Vincent, the fast ticking of the author’s chest, the blood vessels pulse that demands red life, while the remainder acquires pasty shades in a sealed goodbye.

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