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Parlare di malattia non è mai semplice. L’essere umano tende a rifuggirla, a evitarla, a pensarla come un qualcosa di lontano che toccherà sicuramente qualcun altro, ma quando quel qualcun altro è una persona a noi vicina tutto prende una piega diversa.

Chi non ha vissuto sulla propria pelle quella malattia non è in grado di comprendere i sentimenti, i ragionamenti, le reazioni di chi, con quella malattia, è costretto a conviverci. Ci può provare e ci proverà, ma difficilmente riuscirà a capire ogni sentiero emozionale, ogni salita razionale, ogni parentesi emotiva che l’altro sperimenterà.

Ma che cos’è la malattia? E’ una parte di noi che ha deciso di seguire un percorso tutto suo e il libro di Elena Maria Occleppo – “L’attimo infinito. Luci e ombre di un viaggio dentro la vita” – descrive in maniera toccante, coinvolgente e commovente, un percorso fatto di sofferenza, cuore, ragione, sorrisi e amore.

Ed è proprio l’amore – per se stessi, per gli altri, degli altri, per il vivere – a invadere ogni spazio lasciato libero dalla malattia, colmandolo con la sua forza e riempiendo di oro la squarcio che ha solcato l’anima.

Il titolo, affascinante e ricco di insenature in cui perdersi e riscoprirsi, anticipa la potenza di ogni singola pagina dove splendide descrizioni incorniciano una narrazione di profonda e intarsiata caratura che porta a rispondere a domande esistenziali, a sentire il vero battito di noi stessi, a ritrovarsi dopo avere rallentato, atteso e pazientato.

Fin dalle prime righe comprendiamo quanto l’autrice sia meravigliosamente forte. Elena coglie il momento della malattia come un’opportunità, come una sfida da vincere, vivendo ogni singolo momento nella sua pienezza e totalità.

Elena condivide con noi non solo le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue riflessioni, ma anche e soprattutto quella sfera buia in cui qualcosa, quando ci si ammala, si spegne, lasciando il tempo alla luce di trovare il modo per accendersi in maniera duratura e illuminare così ciò che davvero è importante. Ed è per ciò che conta che Elena lotta, scoprendo di avere le forze pur essendo sola davanti al male.

Avere fame di cibo e di vita e vivere tutto, viverlo al massimo, con uno sguardo al “tempo”, uno sguardo all’amata Torino – che ogni giorno assume una veste diversa -, uno sguardo a quel corridoio invisibile che separa due mondi (il mondo dei normali e il mondo dei malati) che fingono di non conoscersi, ma che sottovoce si parlano.

E poi quelle “parole” che talora sono formalmente piene e sostanzialmente vuote, talaltra sono portatrici di un carico di paura importante. Parole che possiedono una poetica intrinseca e che vestono da cicatrice il taglio sulla pelle e da strappo la lacerazione dell’animo.

E l’assenza di certezza e progettualità, il “vuoto” fisico ed emozionale, la temporaneità, l’obbligo di fermata in un vortice di cose da fare.

Elena cambia, non solo fisicamente, non solo come persona.

Elena non vive sospesa nella malattia, ma architetta una nuova esistenza; non si isola, ma continua a essere circondata dalle persone; non pensa solo a se stessa, ma continua ad avere attenzioni per chi le sta accanto e la ama. Perché Elena ama, si ama e ama gli altri e tutto questo amore le torna indietro sotto forma di cielo stellato, di ricordi, di autentico desiderio di fare, “tornare” e ritornare, magari anche in quei luoghi che chiamano e che quando vengono rivissuti si tingono di sfumature diverse.

In queste pagine la malattia sembra passare in secondo piano, pur essendo uno strumento per fare pace con ciò che più spaventa l’uomo.

Elena ci insegna a colmare di significato ogni istante affinché possa essere ricordato.

Io per Elena non ho fatto niente, mentre lei per me ha già fatto tutto. Non posso che ringraziarti, Elena. E dirti che il mare non lo devi cercare lontano. Il mare è nei tuoi occhi e quando li si guarda lo si sente perfino.

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To talk about the illness is not easy. The human being shuns it, avoids it, thinks of it as though something will affect someone else, but when someone else is a person near us everything takes a different turn.

The one who doesn’t live on own skin that illness cannot understand the emotions, the reasoning, the reactions of the patient. The healthy person will try to understand sick person thoughts, but he will understand every emotional path, every logical climb, every emotional break with difficult.

What is the illness? It’s a part of us that follows a different way and Elena Maria Occleppo’s book – “L’attimo infinito. Luci e ombre di un viaggio dentro la vita” (The infinite moment. Lights and shadows of a journey inside the life) – describes in a touching, fascinating and moving way a path made by pain, heart, smiles and love.

Exactly, the love – for oneself, for the others, of the others, for the life – invades every space that the illness doesn’t occupy: the love with its force fills of gold the soul gash.

The title is charming and rich of coves to lose and rediscover oneself; it discloses the power of every page where there are fascinating descriptions and a deep and inlaid narration which answers to existential questions and takes to feel the real own pulse and find oneself after the slowdown, the wait and the patience.

From the first lines we understand Elena’s magnificent energy. Elena gets the illness as an opportunity, as a challenge to win, living every moment with its fullness and entirety.

Elena shares with us her emotions, her thoughts, her considerations, her dark range where something turns off, when you get sick, so the light has the time to find the way to go on in durable manner and to illuminate what is important. Elena fights for what matter, finding out her strength even though she is alone in front of the disease.

To be hungry, to long for life and to live everything, living fully, with a gaze to the time (“tempo”), a gaze to beloved Turin – which every day takes on a different guise -, a gaze to the invisible hallway that divides two worlds (the normal world and the ill world) which fake not to know each other, but they converse quietly.

And then those words (“parole”) which sometimes are full formally and empty essentially and sometimes they bring an important load of fear. Words that have an innate poetry and that wear the cut on the skin with a scar and the soul laceration with a rip.

And the certainty lack and the life plain lack, the physical and emotional empty space (“vuoto”), the provisional nature, the obligation stop in a vortex of things to do.

Elena changes in her body and in her mind.

Elena doesn’t live suspended in her illness, but she designs a new existence; she doesn’t isolate herself, but she surrounds herself with people; she doesn’t just think of herself, but she continues to have attentions for who stays near to her and loves her. Because Elena loves herself and the others and all this love comes back as a starry sky, memories, sincere desire to do, to return (“tornare”), to return again, maybe in those places that call and acquire different shades with the return.

In these pages the illness pays less attentions, but it is an instrument to make up with what scares the man.

Elena teaches us to bridge every moment with sense to remember it.

I did nothing for Elena, while Elena did everything for me. I want to thank you, Elena and I want to tell you that the sea is not far away. The sea is inside your eyes and when everyone sees them even hears it.

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