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mangiacuore

Queste mie righe cadono nel periodo dell’anno convenzionalmente dedicato all’Amore. E il mio concetto di amore non sposa plateali manifestazioni di affetto, bensì piccoli gesti quotidiani, inaspettati. Del resto, emozionare con le piccole cose è tremendamente difficile, ma quando ci si riesce l’immenso amore provato viene riflesso e scomposto in un iridescente luccichio negli occhi del nostro amato.

Il sentimento più celebrato però non è solo baci e carezze, sogno e idillio, è anche salita e giri di giostra veloci e contromano che fanno montare la nausea e che, talora, spossano.

E questo è il motivo per cui ho deciso di regalarvi e regalarmi questa storia farcita di un amore autentico, di pancia, totalizzante, coinvolgente. Essa è firmata da Francesca Bonafini, che abbiamo già avuto modo di conoscere con “La cattiva reputazione”, un’autrice dalla scrittura meravigliosamente appassionata e priva di inutili orpelli.

Fin dal titolo, “Mangiacuore”, capiamo che maneggeremo qualcosa di pericolosamente poetico, un qualcosa che si nutre di ciò che abbiamo dentro, per lasciarci – un giorno – senza la parte di noi che abbiamo sempre conosciuto.

In modo schietto e verace, Francesca ci mostra come un libro possa essere tagliente, graffiante, icastico e ci porta al centro di una passionalità attiva e mai schiava di regole conformate. Una passionalità nascente dall’unione di due singole visioni posate su di un unico rapporto, perché i sensi di un uomo e di una donna filtrano in maniera diversa i momenti che accadono, vedendoli, sentendoli e vivendoli con una qualità del tutto personale.

Queste pagine illuminano un’altalena di sentimenti e di posizioni, delineando una panoramica dai doppi toni con Alfredo da un lato e “la ragazza del nord” dall’altro, una panoramica che non lascia nulla di non percorso in una strada disseminata di imprevisti, timori e preoccupazioni che creano lotte interiori e che finiscono per lasciare segni sulla pelle. Non è semplice, ma affrontare queste paure è possibile porgendo il viso dal proprio nascondiglio e giocandoci, in solitudine.

In realtà questa è una relazione a tre, dove il terzo elemento, pur non avendo le curve di un’amante, è una presenza che inocula, iniettata, una dipendenza in grado di illudere, donando una coraggiosa vita aleatoria destinata a un’effimera durata. E dal primo uso all’affezionarsi al vizio il passo è breve, se si ignora la fermata di emergenza, se si ignora la salvezza personificata.

Il vizio corteggia: ora sembra essere il rifugio perfetto per nascondersi dalla paura, ora si traveste da unico modo per fuggire da una realtà tatuata sulla scarna pelle, ora diviene lo strumento ideale per non curare i propri dolori, amando quelli degli altri.

Quando due abitudini perniciose s’incontrano, nasce un legame dirompente che vive un tempo fatto di parole, un tempo fatto di gesti generati da un istinto affettivo e carnale, un tempo fatto di epurazione dell’acuminato sciabordio di una fila di organiche lettere.

Ma il vizio ha la potenza di portare con sé altri vizi. E allora quella storia prende una piega alcolica e l’inquietudine comincia a crescere, a modellarsi e a trasformarsi in un cine. In quel fluido, che scorre nel corpo, viene però anche accomodata un’alcova protettiva per difendersi dal bisogno di comprendere sempre la ragione di ciò che accade.

Il sentimento narrato assume la forma di una cura, dove le parole, prima usate come medicina, diventano poi cocci di vetro strisciati sul cuore. Parole, parole, parole che se trovano l’ingresso delle orecchie sbarrato riescono a entrare attraverso altri canali, creando una trama e un ordito così fitti da generare una tensione controllabile e gestibile facendo ricorso al proprio scampolo di amore.

Il dolore diventa così un passaggio necessario per saltare quello spaventoso baratro che reca con sé bagagli di cui si farebbe a meno e crea muri difficili da scalare.

Ognuno di noi conserva dentro di sé delle spine pronte a sanguinare, sospinte dal senso di colpa, da un’apparente miopia, dall’esigenza di sentirsi al sicuro.

Dobbiamo imparare a cercarci dentro noi stessi e non in ciò che gli occhi degli altri riconoscono in noi. E dobbiamo fare finalmente pace con il concetto che è il nostro essere unici a renderci belli e, alla fine, a renderci casa per qualcun altro.

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My words fall in the year moment where the Love wins. My love idea doesn’t embrace theatrical manifestations of feeling, but it embraces little daily and unexpected gestures. After all, to move with small thoughts is difficult, but when it becomes fact the eyes of our loved reflect an iridescent sparkle for the immeasurable love felt.

This sentiment is kisses and touches, dream and idyllic life and also rise and carousel rides which make us sick and, sometimes, tired.

That is why I want to donate us a story riddled with genuine love, instinctive love, total and fascinating love. It is a story by Francesca Bonafini, an author with a wonderful and passionate writing who we knew with “La cattiva reputazione” (The bad reputation).

Since title, “Mangiacuore” (Heart eater), we see something that poetically nourishes what we have inside to leave us without a part which we had always known.

Francesca shows us – genuinely and frankly – a biting and scathing book and she brings us into an active passionate nature never slave to conformed rules. This passionate nature arises from two individual sights about one relationship, because male and female senses filter what happens in a different way because they see, feel and live them in their personal manner.

These pages illuminate a swing of emotions and positions; they sketch a panning shot with on the one hand Alfredo and on the other hand the North girl (“la ragazza del nord”), a panning shot that travels a road with accidents, fears and worries which produce internal fights and give signs on the skin.

It isn’t easy, but it is possible to face up to the fears, hanging out the face from the refuge and playing alone.

Actually, this is a relationship between three elements, where the third isn’t a lover, but it is a presence that inoculates a dependence, which misleads and gives an uncertain brave life with a passing duration. From the first use to the bad habit it’s a short step, if you ignore the emergency exit and the personification of the safety.

The vice woos: now it is a perfect refuge to hide the fear, now it is the only way to escape from a reality tattooed on the thin skin, now it is the ideal instrument to not curate own pains, loving the other pains.

So, when a bad habit bumps into an other bad habit arises an explosive bond that lives a words time, a sentimental and sexual gestures time, a time without a sharpened lapping of consistent letters.

But the vice carries other vices and that story takes an alcohol turn and the agitation increases, takes a shape and transforms itself in a film. In that fluid, which flows in the body, a protective alcove finds a house and defends against the need to understand everything.

Here the sentiment assumes the form of a therapy where the words are medicine before and earthenwares of glass on the heart after. Words, words, words: if the entrance of the ears has closed, they enter through other channels and they create a weft and a warp very thick, causing a tension that it is possible to organise with own remnant of love.

The pain becomes a necessary step to jump that terrible abyss, which bears unwanted luggages and builds hard walls to climb.

Everyone conserves own thorns that bleed for a sense of guilt, an illusory short-sightedness, a necessity to feel safe.

Let’s find ourselves inside us, omitting what the people eyes recognise in our person. And finally let’s make up with the concept that it is our uniqueness to make us beautiful and, at the end, home for someone else.

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