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Io amo parlare e scrivere di libri e quando incontro un testo in grado di lasciarmi senza parole sono molto più che felice. Così come sono felice di ringraziare chi sta rendendo queste righe possibili: Viola, la casa editrice Voland e l’autore Guglielmo Brayda che, con “Effetti collaterali dei sogni”, realizza una sorta di sceneggiatura immergente che ci accompagna nelle profondità per poi farci risalire e, risalendo dalla bolla di isolamento, provare a comprendere il reale significato di ciò che stiamo vivendo.

E’ difficile aggiungere valore a queste preziose pagine: da un lato svelano intrecci di storie dagli esiti inaspettati e crocevia di pensieri, paure, prove, dall’altro ci rendono sensorialmente partecipi udendo, osservando, immaginando, sognando.

Del resto, quando una straordinaria capacità di usare i vocaboli incontra un quadro ordinatorio scientifico, ogni tassello s’inserisce nell’unica sede plausibile e ogni insieme di lettere compiuto assume una sfumatura magistrale nella creazione di immagini e nell’avvicinamento al nucleo essenziale dei concetti.

La parola è come fosse l’iniziale punto di partenza, è come fosse il grimaldello per smantellare dall’interno i sentimenti. La parola – sia essa semplice sia essa strutturalmente definitoria – aiuta a capirci e a comprendere le conseguenze, più o meno incidenti, più o meno consapevoli, di ciò che accade al nostro essere.

E così, tra le fronde di una narrazione, la scienza e il tecnicismo vengono messi al servizio delle emozioni, degli impulsi atavici, finendo per appagarsi con l’unico Incontro possibile. E sarà grazie a quell’incontro che troveremo frammenti di noi in un’altra persona, che proveremo a razionalizzare e ad aggrapparci alla materiale realtà per non farci portare al largo sia da domande, a cui in quel momento non siamo in grado di rispondere, sia dalla smania di comprendere ogni dettaglio.

Questo è un viaggio in una tavolozza emozionale che contagia i pensieri, seduti su un dondolo che oscilla in perenne ricerca di equilibrio fra il razionale e l’irrazionale, fra la sfera del controllabile e quella del non controllabile, in un continuo tiro alla fune tra una sponda fatta di definizioni autorevoli fuori dalla storia e una sponda che si nutre della cronaca di se stessi.

Ma questo è un viaggio anche all’interno delle nostre lacerazioni perché se quelle della pelle vengono prontamente ricucite dal tempo, se sono superficiali ovvero da ago e filo, se sono più profonde, le lacerazioni dell’anima necessitano di essere riconosciute per poi essere medicate e suturate. Perché da questi tagli fuoriesce qualcosa di noi. E tutto il nostro vissuto, abituato a restare nell’oscurità e fatto di fanciullezza, shock, cerotti maldestramente applicati, cambiamenti dovuti alla crescita, si trova improvvisamente catapultato in un mondo di luce. E con la luce finiamo per vedere quel qualcosa di noi come qualcosa di diverso.

Ed ecco il ruolo del sogno, un po’ medico e un po’ sarto, ma anche traghettatore tra le due sponde, sicuramente un rifugio, anche se non necessariamente accogliente.

Tra queste righe si vive il rapporto con l’altro come una danza fra luci e ombre, come un gioco a incastro non sempre perfetto su un palcoscenico di meccanismi automatici stimolati dal pericolo in agguato.

E come i libri contengono parole, spiegazioni e vie unidirezionalmente percorribili, così l’altra persona contiene gesti, enigmi, profumi, nascondigli. E allora attraverso lei è possibile – come uno specchio – capire se stessi, lei che ora ha una corta capigliatura nera e scrive (Anouche), ora ha un seno florido e restaura (Sara), ora ha una bocca vermiglia e realizza gioielli (Nina).

Perché il riconoscimento della nostra persona giusta da amare non può avvenire razionalmente, è un qualcosa che viene introiettato come un punteruolo che incide su una lastra di rame fresca di lucidatura e che a noi resta solo il compito di spolverare.

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I love to talk and write about books and when I encounter a text that leaves me without words I am very happy. And I am happy to thank who makes possible these lines: Viola, Voland publishing house and Guglielmo Brayda, who – with his book “Effetti collaterali dei sogni” (Side effects of the dreams) – creates a profound script that brings us in the depths to return from the insulation and to understand the real meaning of what we are living.

It is difficult to add value to these precious pages: on the one hand they discover stranded stories with unexpected endings and crossroads of thoughts, fears, tests, on the other hand they make us participating hearing, watching, imagining, dreaming.

After all, when an extraordinary talent to use terms meets a scientific context, every tile finds the right place and every set letters assumes a masterful shade in the images creation and in the approach to the concepts nucleus.

The word is the starting point, it is the picklock to take apart the sentiments. The simple word and the complex word help us to comprehend the human being and the effects, more or less affecting, more or less aware, which happen to our personhood.

And so, between fronds of a narration, the science and the technical details go into service of emotions, atavistic impulses and satisfy the only possible encounter. Thanks to that encounter we will find our fragments in an other person, we will rationalise and we will cling to the material reality to not sail on the open sea with questions, at the moment without answer and with the urge to understand every details.

This is a journey in an emotional palette, which infects the thoughts, in a swinging between the rational and the irrational, searching for a balance. It is a incessant tug of war between a bank with its eminent definitions out of the story and a bank that feeds on the oneself report.

But this is a journey into our lacerations also: if the skin lacerations are surface, the time stitches up them; if they are deep, needle and thread are basic. But if the lacerations are in the soul, it is necessary to recognise them and then to treat and suture them. Because something of us comes out from these cuts. And our real life, accustomed to stay in the darkness, is catapulted into a light world with its childhood, shocks, clunky patches, age changes. And with the light, we see something else.

That is the dream part: it is a bit doctor and a bit tailor, but it is a ferryman between the two banks also, surely it is a refuge, even if it always isn’t comfortable.

In these lines we live the relationship with the other like a bright and shady dance, like a shape sorter not always perfect on a stage of automatic mechanisms stimulated by the lurking danger.

If the books contain words, explanations and unidirectional walkways, the other person contains gestures, mysteries, scents, hiding places. So, through the other, we can understand ourselves, like a mirror, where now the other has short and black hair and she writes (Anouche), now the other has a prosperous bosom and she restores (Sara), now the other has a vermilion mouth and she realises jewellery (Nina).

Because it isn’t rational to recognise the right person to love: it is a pick that carves on a shining copper sheet, which we only dust.

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