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Quante volte percorriamo la stessa strada senza prestare attenzione a ciò che ci circonda?

Quante volte guardiamo la punta delle nostre scarpe in attesa che i pensieri trovino l’uscita dal nostro labirinto mentale?

Quante volte non giriamo la testa e perdiamo così l’occasione di sorridere anche quando il cielo piange a dirotto e ci ricorda che l’autunno è arrivato?

A me capita ancora troppo spesso di non vivere la realtà che mi ruota vicino, persa in ricercati meccanismi che, allontanandomi dal qui e ora, mi portano in un futuro che non sarà mai come l’avevo immaginato.

Per fortuna, ci sono ancora momenti e luoghi dedicati a svelare il lato emozionale di ognuno di noi. E così il semplice camminare per la strada, il sedersi su una panchina, il sorseggiare un caffè all’aperto divengono mandorle da assaporare e una narrazione da plasmare.

Perché il bello di guardarsi attorno è che si inizia proiettando delle storie in ciò che a noi si accosta e si finisce poi per vederci anche un po’ della propria, di storia.

E allora gli occhi delle altre persone, talora incorniciati da ciuffi ribelli sospinti dal vento, diventano porte che racchiudono stanze invase da un turbinio di colori, ambienti occupati da parole non dette – almeno non ancora -, camere impossessate da segreti sepolti da cumuli di istinti. Curiosità, speranza, sofferenza, malizia: gli occhi, senza censura, arrivano dove devono arrivare.

Le ombre delle giornate di sole creano invece giochi di riflessi che cambiano la prospettiva. Disegnano, al suolo o sui muri, un’immagine di noi stessi che smette di appartenerci per divenire un nuovo interessante inizio e uno stralcio di quotidianità dalla sagoma riconoscibile eppure inedita.

I paesaggi, infine, alternano indizi marcatamente femminili a calde terre in attesa di uno scroscio benefico. Il cielo non può che riflettersi nello specchio d’acqua; la nebbia non può che carezzare gli squadrati profili; i fiori non possono che impreziosire un’istantanea irripetibile.

E a me non resta che osservare e immaginare.

§ § §

How often do we travel the same way with insufficient attention for the world that lives near us?

How often do we examine our shoes waiting for thoughts that come out of our mental labyrinth?

How often do not we turn the head losing the occasion to smile even if the sky cries and it remembers us that the autumn is here?

I often waste time in refined machineries that bring me away from the present towards a future that will be different from my idea of it.

Fortunately, there are moments and places where we discover our deep side. So, to walk in the street, to take a seat on a bench, to sip a coffee in the open air become juicy almonds and a story to model.

Because to see around is wonderful: we start to project stories and we finish to see our story.

Therefore, the wind frames other eyes with rebel locks and those eyes become doors which include rooms invaded by a colours whirlwind, locations occupied with words not yet said, chambers seized by secrets and instincts. Curiosity, hope, pain, seduction: the eyes arrive where they have to arrive without censorship.

Sunny days shadows create games of reflections that change the perspective instead. On the ground or on the walls they draw images that stop to be ours to become a new fascinating beginning and a part of ordinary life with recognisable and unknown profile.

Lastly, landscapes alternate ladies clues with hot terrains that expect rainy days. The sky looks itself in the water mirror; the fog caresses square skylines; flowers adorn a unique snap-shot.

At the end, I observe and I imagine.

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