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Le panchine

Le possiamo trovare al parco, lungo un sentiero o un fiume, in un belvedere, in una zona attrezzata. Non importa che siano di legno, di pietra, di metallo. Poco conta che siano verdi, a seduta ergonomica, a tavole larghe o sottili. Le panchine sono sempre spettatrici silenziose, portatrici di segreti inconfessabili e testimoni di sentimenti profondi.

Se le panchine potessero parlare, cosa racconterebbero a… Torino?

Torino

Un elegante profilo si stagliava nell’orizzonte infuocato. Una velata figura si soffermava davanti a una finestra come fosse l’unica fonte di aria. Una leggera brezza diventava veicolo per minuscole goccioline d’acqua che da una maestosa fontana si posavano su un’ordinaria quotidianità. Il canto delle cicale era la sua unica compagnia. Le ombre disegnate dagli alberi erano i suoi demoni in movimento. Quella verde panchina era il suo unico rifugio in una città che più non riconosceva.

Se le panchine potessero parlare, cosa racconterebbero a… Urbino?

Urbino

Seduto sul bordo della nuda pietra, resa tiepida da un mattino di soleggiata tarda primavera, si fissava la punta dei mocassini nuovi. Arrotolava e srotolava le maniche della camicia esponendo e nascondendo, quasi in maniera musicale, una pelle ancora acerba. Le aveva dato appuntamento scrivendole una lettera con l’inchiostro verde e ora l’aspettava, travolto da un’inedita tensione amorosa. Poi, all’improvviso, dall’angolo opposto sbucò un corto orlo di colore rosso e un profumo di viola invase la piazza.

Se le panchine potessero parlare, cosa racconterebbero a… San Leo?

San Leo

Appoggiato al bastone, si gustava il suo gelato in coppetta. L’uniforme era quella dei giorni caldi: canottiera bianca e berretto calato sugli occhi. Il gatto dormiva acciambellato poco più in là e il suo pelo cenerino contrastava amabilmente con i gerani in fiore. Le nuvole minacciose erano sempre più vicine, ma c’era ancora tempo prima di fare rientro a casa; c’era ancora tempo prima di imbattersi nella pioggia. E se gli amici oramai se ne erano andati tutti, lui rimaneva lì, legato a quella panchina lignea di un paese arroccato che sovrastava dolci colline curvilinee, curvilinee come il corpo della donna che aveva trovato e mai più perso.

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We find them at the park, on the way, on the river, in a panoramic viewpoint, in an equipped area. They are wooden, stone and metal. They are green, with an ergonomic seat, with wide or thin boards. Benches are always silent viewers, unmentionable secrets bearers and witnesses of deep emotions.

If benches spoke, what would they tell in… Turin?

An elegant skyline appeared on the burned horizon. A veiled figure paused in front of a window as if it were its unique air source. A breeze transmitted minuscule drops from a majestic fountain to an ordinary life. The cicada song was his company. Shadows trees were his demons and that green bench was his refuge in a city that he did not recognise.

If benches spoke, what would they tell in… Urbino?

He sat on the edge of the naked stone, a stone made lukewarm from a spring sunny morning. He fixed on his shoes and he rolled and unrolled his sleeves showing and hiding an adolescent skin. He wrote her a letter with the green pen to give her an appointment for that day. He awaited her overwhelmed by unknown amorous stress. Suddenly, from round the corner, a short red hem appeared and a scent of violet invaded the square.

If benches spoke, what would they tell in… San Leo?

He rested on his walking stick while he ate his ice cream. His uniform was a summer uniform: a white vest and a cap on his eyes. The cat slept a short distance away and its grey fur contrasted with coloured geraniums. Menacing clouds came near, but there was time to return home and to get wet. Friends went away, but he stayed there because he was connected with the wooden bench of his village, village that towered over sweet hills. Those hills remembered him a woman body that he found and nevermore lost.

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