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Il mio passato

Qualche tempo fa ho preso la metropolitana alla fermata di (Torino) Porta Nuova e mi sono imbattuta in “Memorabilia, oggetti raccolti dal recente passato”, una mostra-omaggio a quei beni materiali che chi non è troppo piccolo porta nel cuore. E’ tuttora presente e io vorrei raccontarvela attraverso una storia.

Una storia fatta di bauli colmi di ricordi e odorosi di naftalina (che la mamma non mancava mai di mettere), di quaderni strabordanti di emozioni e di cassepanche usate come scrigni di un mondo passato.

Un’infanzia trascorsa all’asilo su scivoli e cavalli a dondolo. Già allora mostravo la mia inettitudine alla guida di una rossa “Auto a pedali”, ma mostravo altresì una forte propensione all’organizzazione: tutto doveva stare in perfetto ordine nel mio “Cestino per la merenda”. Ricordo che era di plastica a righe bianche e azzurre. Non me ne separavo mai, nemmeno quando andavo a pescare con il mio papà e la mia mamma me lo riempiva con la merenda che, ogni volta, per la gioia di stare dove stavo, finivo di mangiare appena arrivata al fiume.

Dopo l’asilo, c’era la nonna adottiva Erminia che mi faceva mettere le “pattine” per andare in camera sua e che mi faceva usare come gioco “il filatoio a pedale” (ero brava a fare girare veloce la ruota). Ma l’affetto si sentiva all’ora di pranzo quando tutti eravamo riuniti vicino alla “Cucina economica a legna” che emanava un profumo di casa. Gli strofinacci bianchi appoggiati alle maniglie erano lì a osservare il volto di una bambina che sorrideva ai versi che il nonno adottivo Bruno emetteva bevendo e gustando “l’acqua Vichy”.

Poi, è arrivato il momento della scuola, quella seria, quella che appassiona, quella che ti fa fare gli esercizi facoltativi la domenica pomeriggio. Io sedevo in prima fila in un “Banco con calamaio e penna con pennino”, di cui era rimasto però soltanto il pertugio. Amavo studiare e fare i compiti: a casa, sfogliavo l’“Enciclopedia”, ne avevamo tante in libreria, da quelle più generiche a quelle più specialistiche, da quelle con sole parole a quelle con immagini mozzafiato. Sentivo l’odore della cultura e facevo sempre attenzione a non sgualcirla o a sporcarla con le dita diventate nere per la “Carta carbone”.

Enciclopedie

Gli anni poi sono incominciati a scorrere velocemente: la “Macchina per scrivere”, con la sua apposita custodia, ha ceduto il passo al computer; il “Normografo” e le mie frequenti sbavature sono state sostituite da una calligrafia più chiara e definita; le interminabili chiacchiere con le amiche hanno preso il posto del “Gioco della settimana o campana”; il “Gettone telefonico” – con cui scappavo nelle cabine per fare le chiamate che volevo tenere segrete – veniva rimpiazzato dal cellulare e la “Cartella” veniva messa in soffitta per usare la borsa e diventare, così, donna.

Macchina per scrivere

L’età adulta, alla fine, è giunta e ha portato con sé anche le prime lacrime di dolore, quelle stesse lacrime che ti cadono sugli scatoloni di una casa che viene lentamente svuotata e mentre tocchi con mano il tuo passato, ricordi che la “Borsa dell’acqua calda” (sì, quella di plastica arancione, dura e pure puzzolente) non ti era mai piaciuta. E ritrovi la “Macchina fotografica a pellicola” e ripensi a quando obbligavi il cane a stare in posa vestito da spagnola per finire il rullino e portarlo a sviluppare. Poi rammenti quando facevi i biscotti con la mamma e ti si inceppava inevitabilmente il “Frullino a manovella”.

Com’è strano l’uomo. Guarda con nostalgia al passato non dando valore al presente e dando per scontati e per privi d’importanza gli oggetti che lo circondano. Sempre quell’uomo cresce e lascia alla polvere il compito di custodire le emozioni e a un velo di nostalgia di tenere vivo quel ricordo. Ricordo magari appuntato su una solare “Cartolina” spedita da una città d’arte o dal mare tanto sognato oppure sepolto in un “Baule da viaggio” insieme alla dote.

Oggi, mi rendo conto che la mia, di dote, è formata dall’educazione, dalle buone maniere e dal sorriso che la mia mamma e il mio papà mi hanno insegnato e lasciato.

§ § §

Some time ago, I took the underground at (Turin) Porta Nuova stop and I saw “Memorabilia, oggetti raccolti dal recente passato” (Memorabilia, gathered things from the recent past), an exhibition devoted to material goods that we have inside our heart. You still can see it, but I would like to tell you these goods with a story.

A story made with chestes full to the brim with memories and perfumed of mothballs that the mum always inserted. A story made with notebooks full to the brim with emotions and settles used like trunks of the past.

A childhood often spent on slides and cock-horses. Ever since I frequented the kindergarten, I could not drive the red car with pedals (“Auto a pedali”), but I put in order everything in my basket for the afternoon snack (“Cestino per la merenda”). It was a white and blue plastic basket and it also followed me when I went fishing with my dad and my mum filled it with snacks that I ate them immediately for the happiness to be with my dad in the nature.

After the kindergarten, there was Erminia, my adoptive grandmother, who had to put felt pads (“pattine”) to go in her bedroom. She had a spinning wheel with a pedal (“il filatoio a pedale”) and I often played with it: I was good to rotate the wheel quickly. But I breathed the love when we lunched together near the economy wood kitchen (“Cucina economica a legna”): it smelled of home scent. White rags on the handles watched the child face that smiled at Bruno, my adoptive grandfather, who made a noise while he drank his Vichy water (“l’acqua Vichy”).

After, the school moment arrived. I sat near the teacher desk with an ancient desk that had a hole for the inkpot (“Banco con calamaio e penna con pennino”). I loved to do my homework and to study: at home, I leafed through encyclopaedia pages (“Enciclopedia”). We had different types of them (with only words, with pictures, more or less general), but every book smelled of knowledge and I paid specific attention to not crease and to not dirty it with my black fingers for the use of the carbon paper (“Carta carbone”).

Radio

Time passed rapidly, the typewriter (“Macchina per scrivere”), with its case, gave way to the computer; the stencil (“Normografo”) and my imperfections had replaced with a clear and specify handwriting. Chatter with my friends took the week game’s place (“Gioco della settimana o campana”). The phone token (“Gettone telefonico”), which I used to do my secret calls, had replaced with the mobile phone and the schoolbag (“Cartella”) finished in the attic to use the bag and to become a woman.

Singer

The adulthood arrived with its tears of torment, the same tears that fall on large boxes of an empty house. Moreover, while you touch your past, you remember your intolerance for the hot water bottle (“Borsa dell’acqua calda”): it was orange, resistant and stinky. In addition, you find a camera with the film (“Macchina fotografica a pellicola”) and you recollect the photographic set with your dog dressed like a Spanish girl. Then, you think when you made cookies with the mum and every time the whisk with a crank (“Frullino a manovella”) stopped itself.

The man is strange. He looks at the past with nostalgia and he does not give a value to the present. That man grows and the dust starts to guard the emotions, while the thin layer of nostalgia maintains alive that memory. The memory impressed over a postcard (“Cartolina”) from the sea or hidden in a travel trunk (“Baule da viaggio”) with the dowry.

Today, I know that my dowry is my education, my good manners and my smile that my mum and my dad taught and given me.

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