Tag

, , , , ,

Dettaglio del Museo Accorsi Ometto

Ci sono uomini che ti incantano e ti ammaliano per il loro stile, per la loro grazia, per la loro capacità comunicativa attraverso gesti e movenze. Io lo immagino così questo meraviglioso artista a cui la Fondazione Accorsi – Ometto di Torino dedica, fino al 30 agosto 2015, la mostra “Mazzonis e gli altri. Le opere del Maestro e i tesori della sua collezione”.

I suoi lavori, che meriterebbero tutti almeno una menzione, riflettono alla perfezione il suo modo di essere e proprio la sua personalità e la sua bellezza vorrei che fossero il filo conduttore di un viaggio che abbracci non solo l’ambito professionale, ma anche quello sentimentale e relazionale della sua vita.

Fin dall’inizio del percorso espositivo veniamo proiettati all’interno della famiglia Mazzonis e da subito si comprende come l’eleganza sia un tratto distintivo non solo di Ottavio, ma anche di sua sorella. Quest’ultima viene modellata magistralmente dal fratello, con le spalle scoperte, nel gesso (“Mia sorella”) e, se la si guardasse di lato, si potrebbe notare come il suo profilo vada a coprire l’olio su tela retrostante sottolineando quel legame fra la scultura e la pittura che ci accompagnerà per tutta la mostra.

Sarà però il viso di Silvia, sua Musa, a ritornare in numerose opere in vista. Di dolcissimo impatto sono gli oli dedicati al nudo, dove la modella dalla pelle diafana rappresenta una nudità raffinata e delicata, esaltata dalla lucentezza dei gioielli indossati e creati dalla stessa Silvia aiutata poi da Ottavio nella fase di cesellatura (“Vanitas (velo bianco)”, “Vanitas (velo nero)”, “Vanitas con personaggio in maschera”).

Tra tutti i soggetti dei suoi lavori, mi hanno affascinato i paesaggi di Torino che, come diapositive, ci rimandano l’alternanza delle stagioni e dei rispettivi colori, colori dalle tinte fredde per la bellissima immagine con la neve e dalle tinte calde e luminose per un momento di relax vissuto in un locale sul Po (“Vedute della città di Torino entro pannello (serie di sei)”, “Composizione di n. 6 Paesaggi”).

L’esposizione è particolare anche perché affianca le opere di Mazzonis a quelle da lui collezionate e proprio tra queste merita di essere citato, per la sua storia, “Ritratto equestre di principessa sabauda come amazzone” di “Charles Dauphin, ambito e Ottavio Mazzonis”. Quest’ultimo, infatti, trovando la donna a cavallo precedentemente raffigurata non particolarmente bella, decide di ridisegnarne il volto attribuendo alla fanciulla i connotati della sua modella. Ciò detto, sapere che Mazzonis ha rivisto anche le zampe posteriori dell’animale diventa un dettaglio.

Mi ha colpito però profondamente un particolare di Ottavio uomo e non artista: il suo modo aggraziato di tenere la mano accostata al viso. Una posizione che anche noi teniamo consapevolmente o inconsapevolmente, ma su di lui quel gesto così semplice assume un fascino inspiegabile, quello stesso fascino che, aleggiando intorno ai suoi capolavori, ci cattura e ci seduce.

Annunci