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Una porta per il parco di Miradolo

Se riuscite a resistere al richiamo del suo parco fatto di uccellini che cinguettano, foglie e fiori splendenti e acqua che scorre, varcate la soglia del Castello di Miradolo e dedicatevi alla mostra “Beato Angelico. Il Giudizio svelato. Capolavori attorno al Trittico Corsini”, visitabile fino al 28 giugno 2015.

La magnificenza della sede, il magico sottofondo sonoro e l’atmosfera raccolta sono la cornice ideale per accogliere opere indubbiamente catalizzatrici di attenzione.

Giovanni da Fiesole, soprannominato Beato Angelico fin dal momento della sua dipartita e proclamato beato nel 1982, è un maestro: realizza veri e propri capolavori fermando momenti di una profondità spirituale resa ancora più intensa da un uso magistrale dei colori.

Il cuore di quest’esposizione è costituito da tre tavole (il Trittico Corsini appunto):

  • l’“Ascensione”, le cui tinte ti entrano nel cuore e irradiano una luce davvero unica
  • il “Giudizio universale” con la presenza di Cristo all’interno di una dorata mandorla al di sopra della ripartizione beati-dannati
  • la “Pentecoste” caratterizzata da un forte simbolismo e dalla centralità della Madonna

Diversa e, a mio avviso, maggiormente incantevole è l’opera del Beato Angelico scelta dal Museo Diocesano di Torino per celebrare la Sindone. Si tratta dello splendido “Compianto sul Cristo morto”, ammirabile fino al 30 giugno 2015.

L’ambiente intimo e la vicinanza al Duomo contribuiscono a creare un’aura dal forte misticismo grazie alla quale i colori, già vivaci, assumono delle tonalità di una brillantezza sconvolgente. Del resto, se per l’“Ascensione” di Miradolo è stata utilizzata la foglia oro, qui, Giovanni usa in modo magistrale l’oro zecchino.

Sulla tempera in mostra ho scoperto ‘mandorle’ davvero affascinanti:

  • chi è rappresentato con l’aureola ‘piena’ è un santo, chi invece è dotato di raggiera è beato o pio: tra questi ultimi è riconoscibile la Beata Villana delle Botti, il cui nome è scritto in rosso proprio sul fascio di raggi (il committente dell’opera, un monaco benedettino, era suo nipote)
  • la sagoma in marmo bianco posta in basso sulla tavola è il rimedio utilizzato per nascondere la parte danneggiata del capolavoro
  • l’opera, dal forte impatto emotivo, è collocata precisamente sotto la Sindone: se, infatti, non fosse presente il soffitto, i nostri occhi vedrebbero il sacro lino e potrebbero leggere una continuità fra ciò che è stato rappresentato e ciò che è giunto ai nostri giorni

Opere differenti, due sedi geograficamente vicine e diversamente emozionanti, una sola mano d’artista: “L’Amore più grande” è anche questo.

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