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Budapest

Dopo il successo di ‘Tre mostre in tre giorni’, oggi vi propongo un fantastico ‘all in a day’ con ‘Tre mostre in un Dì’. Credete non sia possibile? L’ho provato io per voi e si può fare grazie alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che, a Torino, ospita tre ricche esposizioni fino al 12 aprile 2015. Pronti? Vamos!

Budapest-Statua dell'AnonimoLa prima mostra si intitola “United Artist of Italy”, una rassegna di fotografie di grandi personaggi – davanti e dietro la macchina fotografica – che ci presenta artisti del calibro di Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Giulio Paolini (ricordatevi questo nome perché prossimamente tornerò a parlarvi di lui!) e di Sandro Becchetti che fotografa “Giorgio De Chirico, 1975”, Gianfranco Gorgoni che immortala “Giorgio De Chirico e Andy Warhol, 1972”. Suggestiva, infine, l’idea di raccogliere in mezzo alla sala una serie di inviti pervenuti all’ideatore di questa mostra, Massimo Minini.

FSRR_1La seconda esposizione prende il nome di “Fobofilia” e risulta fin da subito particolarmente impattante (fate attenzione ai bambini!), poiché vede ruotare tutte le opere e le installazioni attorno al concetto di paura, di terrore, andando a trasformare questa emozione in arte.

Le opere della Collezione Sandretto Re Rebaudengo esposte meriterebbero tutte di essere citate, qui però farei una distinzione tra quelle più cruenti e quelle più poetiche.

Nel primo gruppo farei rientrare “Cyber Iconic Man” di Dinos e Jake Chapman (trattasi di un uomo dai lunghi capelli neri, legato e appeso a testa in giù, con il sangue che gli scorre sul viso e con dei buchi sul corpo che mostrano ciò che la pelle nasconde) e “Camo Family” di Thomas Hirschhorn (un’installazione che accosta fotografie di cadaveri trucidati a immagini di donne nude e dove il tanto di moda camouflage è il tessuto sia dei soldati in guerra sia delle giovani ragazze).

Nella categoria delle immagini spaventosamente poetiche collocherei “Le possibilità sono infinite” di Margherita Manzelli (dipinto raffigurante una donna anziana vestita di nero coricata su di un tavolo di velluto verde scuro che guarda intensamente l’osservatore), ““Faceless” from Women of Allah Series” di Shirin Neshat (ritratto fotografico dell’artista che, mostrando solo il viso e l’avambraccio ricoperti di parole scritte in pharsi, impugna una pistola rivolgendola al visitatore) e “Fear” di Djordje Ozbolt (opera che esprime al meglio il concetto della mostra: gli occhi come specchio della paura).

FSRR_2Ed eccoci alla terza esposizione: “Avery Singer. Pictures Punish Words”, la prima mostra “istituzionale” di questa giovane artista newyorkese. Si tratta di opere in bianco e nero che, anche grazie a un software di grafica, mi ricordano strutture di spesso cartone. Mi ha colpito particolarmente “Heidiland (2014)”, un prodotto artistico che ritrae una Heidi dalle forme di donna ma dotata di ciuccio e di fiocchetti nei capelli.

A questo punto c’è una sorpresa! L’ultima sala accoglie un’ulteriore mostra: “Isa Genzken. Basic Research Paintings, 1989-1991”, una presentazione delle sue opere realizzate con la tecnica del frottage (vi dico solo che qui si comprende la vera utilità della spazzola lavavetri!). Mi ha entusiasmato questa scoperta sia perché le tele sono ben valorizzate dai muri bianchi della Fondazione sia perché è netto il contrasto con le opere prive di colore della Singer. Qui le nuance vanno dal verde (più o meno scuro, più o meno intenso) al grigio e infine al marrone: la mia preferita è una tela dalle cangianti tonalità di verde che arrivano quasi al neon.

Come di consueto, ho accennato a ciò che ha catturato la mia attenzione e ho provato a portarvi con me in un percorso culturalmente contemporaneo che, in modo diverso, ha emozionato. Ora, però, siamo davvero giunti alla fine del viaggio!

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